Dicembre 1, 2019

Il mestiere dell’immaginazione

By juliakalashnyk

Mi chiamo Julia, eh si, sembra che rovistare nelle parole finora sia stato il mio lavoro, nonché il passatempo preferito. Forse vi domanderete cosa ci possa essere di così speciale in un mestiere che spesso rimane nell’ombra, che resta quasi invisibile. E non solo: il lavoro del traduttore talvolta deve affrontare le peculiarità linguistiche più ardue, riversare il pensiero dell’autore in vesti culturali estranee e cercare di riportarlo più fedelmente possibile, diventando traduttore stesso uno scrittore. 

Forse occorre ricordare, la prossima volta, quando vi capiterà un romanzo tra le mani, tenendovi immobili tra le sue pagine nei pomeriggi estivi, che probabilmente tra voi e l’autore c’è un traduttore, il cavaliere invisibile dell’arte della parola.

Tradurre è un’arte, e fin qui siamo d’accordo tutti. Un traduttore investiga con minuzia il senso delle parole, oppure, volendo essere ancora più calzanti, costruisce le forme nuove per un pensiero già espresso in un’altra lingua. Il lavoro del traduttore per nulla al mondo deve limitarsi alla conoscenza di strutture morfosintattiche, bensì andare oltre e immergersi completamente nel tessuto culturale di una lingua. Questo lavoro non consiste nel tradurre da parola a parola, bensì da cultura a cultura. Così il traduttore diventa un mediatore tra contesti culturali completamente differenti, ed è una figura chiave che ha permesso all’umanità di scambiarsi le visioni del mondo diverse tra loro. 

Una lingua rimane ancorata al contesto storico-culturale in cui è nata ed è sa questo inestirpabile. I suoi volti sono tanti, al suo interno possiamo trovare dialetti, espressioni regionali, gerghi di tante generazioni, modi di dire e tecnicismi. Poi ci sono significati e concetti imperscrutabili, allusioni e metafore che definiscono quel legame indissolubile tra una lingua e l’aspetto storico-culturale di un determinato territorio. 

Un bravo traduttore non è mai fedele al testo di partenza, visto che tanti concetti esistenti in una lingua rimangano inesprimibili in un’altra, poiché legati a qualche esperienza intrinseca che solo quel determinato popolo possiede. 

E così che il traduttore, rimanendo sempre nell’ombra, diventa più importante dell’autore stesso, essendo lui la vera penna del testo che abbiamo tra le mani. Come notavano giustamente Fruttero e Lucentini scrivendo che “il traduttore è l’ultimo, vero cavaliere errante della letteratura, perché gli si chiede di considerare suo massimo trionfo il fatto che il lettore neppure si accorga di lui“.